La lettera a chi non crede, scritta da Papa Francesco in
risposta alle domande di Eugenio Scalfari, ha suscitato moltissime reazioni,
per lo più di stupore e apprezzamento. Un aspetto del dialogo, tuttavia, quello
che a me pare in assoluto il più intrigante per tutti, non mi sembra sia stato
evidenziato dai più. Si tratta del carattere del tutto “post-moderno” di questo
intreccio dialogico. Esso è tutt'altro che un ennesimo processo illuministico
alla pretesa della fede.
Dio non è stato chiamato a difendersi di fronte agli
interrogativi e alle sfide della ragione, com’era nella classica “teodicea” - o
giustificazione del divino - di moda dagli albori del Secolo dei Lumi in poi,
alla scuola di Leibnitz.
Non si è trattato neanche, da parte di Francesco, della
classica difesa apologetica della fede, tradizionalmente impegnata sul triplice
fronte della causa di Dio, della rivelazione cristiana e della Chiesa. Le
visioni dell’uomo, del divino e dell’altro, entrate in gioco, sono del tutto “post-moderne”,
in certo modo “post-illuministe” e “post-apologetiche”, tanto da parte del non
credente, quanto da parte del Vescovo di Roma. Vediamo perché.
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