Roberto Catalano
Il professor Amer Al Hafi è un accademico
riconosciuto a livello internazionale. Palestinese, musulmano, insegna religioni
comparate ad Amman. «L'Islam e l'Europa devono guarire la memoria e
riscoprirsi. Le guerre in nome della fede sono in realtà conflitti meramente
politici»
Il professore Amer Al Hafi, giordano, è un
accademico conosciuto anche in diversi Paesi europei. Fra l’altro, anni fa, ha
avuto anche la possibilità di trascorrere un breve periodo a Roma, dove ha
compiuto alcuni studi presso la pontificia università Gregoriana. Oggi, ad
Amman, oltre all'attività accademica come professore di religioni comparate,
dirige il Comitato di ricerca del Royal institute for interfaith-studies,
fondato dal principe Hassan, fratello del defunto re Hussein, molto attivo in
ambito interreligioso da vari decenni.
In questi giorni il prof. Al Hafi ha presentato un
intervento, molto apprezzato, sul tema del dialogo interreligioso nella
prospettiva dell’Islam a circa cinquecento membri del Movimento dei Focolari
provenienti da tutte le nazioni del Mediterraneo meridionale, dalla Grecia
all’Algeria (eccezion fatta per Libia e Tunisia), oltre che Marocco, Siria,
Giordania, Iraq ed Emirati Arabi. Al termine del convegno gli abbiamo rivolto
alcune domande.
L’Islam sta attraversando una fase delicata, ma
molto importante. Quali sono le caratteristiche di questa fase?
«I musulmani non possono ignorare la situazione in cui vive l’umanità in questo
momento. È una situazione politica e culturale di globalizzazione. Ci sono
anche modi nuovi di pensare e agire che coinvolgono aspetti sconosciuti o
marginali fino a qualche decennio fa: la questione della donna e dei suoi
diritti, la libertà religiosa e i diritti umani in senso lato. All’interno
dell’Islam dobbiamo capire come armonizzare tutto questo con la nostra fede e
la nostra tradizione musulmana.
«Senza dubbio, molti aspetti della nostra fede e
tradizione ci collegano alle diverse questioni che sono dibattute oggi nel
mondo globalizzato. L’Islam, per esempio, ha avuto un suo modo di rispettare i
diritti umani. All’interno di Stati a maggioranza musulmana sono vissuti e
vivono ancora cristiani ed ebrei. Tuttavia, dobbiamo anche noi rivedere alcuni
atteggiamenti ed espressioni. Per esempio, nel mondo odierno, non è ammissibile
definire kafer, infedele, chi non è musulmano. Si tratta di un termine coniato
in contesti completamente diversi dal nostro. Come musulmani dobbiamo
raggiungere un accordo per garantire agli altri il diritto di essere diversi da
noi. Si tratta di un passo coraggioso: sviluppare la nostra terminologia
tradizionale in modo da rispettare i diversi popoli e le loro tradizioni e modi
di credere».