di Alberto Ferrucci
Fonte: Città Nuova
Dalle parole del presidente Napolitano a proposito della Germania
(«Basta meschinità, basta sfiducia nella buona fede altrui, basta
pregiudizi tra due nazioni senza cui l’Europa non può esistere»), alle
ragioni della crisi della Grecia e alla solidarietà necessaria per far
sopravvivere, ancora a lungo, l'Unione europea

Il presidente
Giorgio Napolitano, in occasione a
Torino del “Dialogo ad alto livello tra Italia e Germania” ha fatto un
accorato intervento, avendo accanto il presidente
Joachim Gauck,
colui che l’anno scorso aveva voluto partecipare alla commemorazione
dell’eccidio di 560 civili inermi perpetuato nell’agosto del ‘44 a
Sant’Anna di Stazzema da parte di truppe tedesche.
Le parole di Napolitano, espresse con forza malgrado la fragilità
emotiva dei vicini novanta anni, hanno avuto la lucidità e la
determinazione di
Schumann, Adenauer e De Gasperi, i
grandi statisti che dopo quaranta milioni di inutili morti della seconda
guerra mondiale, con l’ottimismo della speranza decisero di credere che
quei popoli che si erano massacrati a vicenda potessero far parte di
una unica realtà. Una scommessa che ad un occhio disincantato parse
allora molto poco realizzabile, che ha fruttato per essi settanta anni
di pace su un pianeta in cui il ricorrere al conflitto armato è
purtroppo molto presente.
Napolitano ha invocato: «Basta meschinità, basta sfiducia nella buona
fede altrui, basta pregiudizi tra due nazioni senza cui l’Europa non può
esistere» e soprattutto «basta anteporre l’interesse del proprio Paese a
quello dell’Europa intera»; altrimenti questa preziosa realtà finirà
per autodistruggersi, rendendo nuovamente possibile, anche se la
generazione Erasmus nata e vissuta nella pace lo direbbe impensabile, che si ricreino le condizioni per conflitti armati anche tra i nostri Paesi.
Un guardare alto ed in avanti, ma senza dimenticare: se i rapporti tra
le nazioni sono governati dalla contabilità tra debiti e crediti, allora
si dovrebbero conteggiare anche i danni per le uccisioni, le rapine dei
beni pubblici e privati e le distruzioni dell’ultima guerra, ad esempio
quelle subite dalla
Grecia oggi così sotto accusa;
debiti condonati alla Germania perché potesse rialzarsi, concedendole la
fiducia che i nuovi governanti avrebbero agito diversamente dai
precedenti; oggi non sono gli stessi governanti di settanta anni fa, ma
anche essi dovrebbero evitare di pensare solo ai loro interessi
elettorali.
Se invece vogliamo che governi una democrazia attenta a salvaguardare i
più deboli, chi gestisce l’Europa deve nel presente evitare che la
Grecia superi il limite di rottura, ed al più presto eliminare al suo
interno disparità di trattamento figlie non della violenza delle armi,
ma della capacità di influenza dei Paesi che -avendo ottenuto nella
burocrazia europea particolari posti di potere -, permettono di
sorvolare sulle furbizie di Paesi come Lussemburgo, Olanda, Irlanda,
Gran Bretagna che per avere più introiti permettono alle grandi aziende
di eludere le imposte che dovrebbero versare negli altri Paesi, da cui
traggono i loro profitti.
Burocrati che con le loro procedure di infrazione possono ricattare,
aumentandone il costo del debito, i Paesi che per rilanciare
l’occupazione spendono più del previsto, ma che non hanno armi per far
cambiar strada a chi mantiene contro le regole di
Maastricht
grandi surplus finanziari che deprimono l’inflazione e rendono
impossibile agli altri Paesi di ridurre come previsto il debito, perché
l’inflazione non contribuisce più a svalutarlo.
Occorre da parte dei governanti europei un ritorno ad un livello alto
di fiducia reciproca, anche adottando misure completamente nuove, come
deliberare che per i Paesi che aderiscono all’Euro sia la
Banca Centrale Europea
a finanziare il loro costo per la Comunità stessa, acquistando suoi
bond a 50 anni senza interessi. In questo modo nei Paesi dell’Euro si
avrebbe un vantaggio, si libererebbero cento miliardi all’anno di
risorse per investimenti senza crescita del debito statale: un incentivo
per altri Paesi ad aderire alla moneta comune, ed un contributo
all’auspicato suo deprezzamento per rendere più convenienti le
esportazioni.