fonte: Città Nuova
di Michele Zanzucchi
Un mese fa un commando terroristico fece irruzione nella redazione di "
Charie Hebdo" uscidendo, 12 persone tra giornalisti, correttori di bozze e forze dell'ordine. Dopo un nuovo
numero pubblicato sull'onda dell'emozione, che ha raggiunto una
tiratura record, il giornale settimanale satirico parigino falcidiato
dall’attacco jihadista non riesce ancora a “elaborare il lutto” ed ha
rinviato al 26 febbraio la nuova uscita in edicola.
Oltre ai problemi tecnici dovuti alla necessità di sostituire i
vignettisti ammazzati; oltre alle questioni logistiche per la sede che
deve essere ristrutturata; oltre alla necessità di trovare una nuova
organizzazione redazionale; oltre i problemi economici finalmente
risolti (3 milioni di euro incassati con l’edizione del 14 gennaio e
abbonamenti raddoppiati in una settimana)… vanno anche considerate due
questioni fondamentali: come rispondere da parte della redazione
all’attacco terroristico e quindi come relazionarsi all’Islam? e come
far fronte alle tante critiche ricevute dai “
je ne suis pas Charlie”,
cioè da chi nella stessa Europa ha stigmatizzato lo sbandierato
“diritto di blasfemia” rivendicato dalla redazione del giornale
satirico?
Al di là dell’emozione suscitata dal bagno di sangue nella redazione
vicino alla Nation, anche nella società francese sono sorti non pochi
interrogativi sulla opportunità o meno di sfidare così apertamente una
diffusissima sensibilità nel mondo musulmano, che non accetta che venga
offeso il Profeta e Allah stesso. Da Karachi a Dakar, da Stoccolma a
Jakarta.
D’altronde, in Europa numerosi Paesi (Gran Bretagna e Germania in
testa) hanno deciso di non seguire la strada della “libertà assoluta”
auspicata a Parigi: le vignette di
Charlie Hebdo non sono state
ripubblicate, se non in edizioni minori. Anche in Italia la versione
francese del numero del 14 gennaio è stata “addolcita”. C’è da
scommettere che di ciò si sia parlato negli incontri politici di queste
settimane. E negli ambienti politici francesi, anche se ancora sotto le
righe, ci si sta ormai chiedendo se i costi provocati dalla tragedia di
Charlie Hebdo possano giustificare la prosecuzione di uno stile satirico chiaramente da muro contro muro.
Resta il problema umano dei giornalisti e dei vignettisti di
Charlie Hebdo.
Non credo che ci si possa mai mettere appieno nella loro pelle: è certo
che “elaborare il lutto” non deve essere cosa facile, anche immaginando
come ci si debba sentire sapendo che qualche tratto di matita potrebbe
far suonare la propria condanna a morte.
La pausa di riflessione decretata dalla redazione del settimanale
satirico può essere un’occasione preziosa per riflettere con ragionevole
obiettività sull’intera questione: sui limiti della libertà di satira e
più in generale sull’opportunità di “offendere” chi la pensa
diversamente, sulla necessità di considerare un mondo ormai multipolare,
sulla necessità di non accendere inutili focolai di violenza nel mondo
intero.