giovedì 17 novembre 2011

Fraternamente "DENTRO"

Da diversi mesi i Giovani per un Mondo Unito (GMU) di Milano hanno avuto l’ocassione di intraprendere un iniziativa di grande importanza sociale presso il carcere di San Vittore; l’animazione delle messe all’interno del carcere, Elena ci racconta cosa e come lo ha vissuto.
“Una mattina di novembre dell’anno scorso ricevo una mail da una Giovane per un Mondo Unito con un’inedita proposta: andare ad animare la messa al carcere di San Vittore, il carcere più antico di Milano. Non sapevo si potesse animare una messa in carcere! Per la verità non mi ero nemmeno tanto posta il problema di se e come i detenuti potessero far messa.
Insomma scopro che si può. E mi piace l’idea di fare tutto ciò insieme ad altri ragazzi e ragazze come me vogliosi di svegliarsi alle sei per essere alle sette e mezza davanti al carcere e in mezzo alla gelida brina invernale!
Don Pietro, uno dei due preti presenti a San Vittore, vuole però incontrarci prima. Non solo perché si provi ad infilare insieme qualche nota intonata delle canzoni che dovremo fare, ma anche perché vuole prepararci a quello che vivremo. Non è facile come sempre e non sarà una messa come le altre.
Ci attende un compito sottile d’amore: vivere questa collaborazione con naturalezza; ma allo stesso tempo non dimenticare la dimensione in cui stanno vivendo i nostri compagni di panca – che poi di panche non ce ne sono e si sta tutti in piedi!
Non dimenticare per avere quell’accortezza, quella sensibilità, quel rispetto per la vita altrui.

Sguardi diversi e cuori diversi dopo queste parole.
Tutti, pur avendo diverse sensibilità, abbiamo cercato di entrare nella realtà di chi fuori dalle mura ha figli, mariti, mogli, padri e madri che magari muoiono in loro assenza. Di chi non riesce nemmeno a capire come sia “finito dentro”, di chi rimpiange e di chi non pensa di avere un futuro. Di chi è senza vestiti e quasi senza diritti.
Nelle brevi prove che facciamo con il coro si respira già un’aria differente: sappiamo per chi andremo a cantare e questo mette nelle nostre azioni energia e un amore notevole.
Entrando nel carcere dobbiamo spogliarci dei nostri telefonini, rispondere all’appello dei nostri nomi, metterci a nudo davanti alla scansione dei raggi X e, naturalmente, passare una serie infinita di cancelli. Mi era già capitato di entrare in un carcere e ogni volta era stata per me un’esperienza molto dura perché ho un fortissimo senso della libertà … Ma questa volta è diverso. Sento calore, sento speranza, sento anzitutto l’amore che sto andando a vivere.
I detenuti sono divisi fra uomini e donne. Alle otto e mezza celebriamo la messa nella cappella maschile. È uno spazio circolare al centro del quale sta l’altare. Intorno noi e un paio di scrivanie con alcuni secondini di servizio. Lungo il perimetro del cerchio si aprono cancelli – in realtà sempre chiusi – che danno sui corridoi delle celle maschili.
Mentre facciamo le ultime prove li vediamo uscire dalle proprie stanze e radunarsi ad uno ad uno in molti dietro le sbarre dei cancelli. Quella sarà la vicinanza massima dalla quale potranno assistere alla messa.
Cantiamo forte perché non si disperda il suono, cantiamo sorridendo e cantiamo sapendo che tutto quello che uscirà dalla nostra bocca sarà comunque meraviglioso. Andare a messa in carcere è come tornare al cristianesimo delle origini… e quindi all’origine del cristianesimo, nato per stare con gli ultimi: “Ti rendo lode, Padre (…) perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” [Mt 5,3]. Le parole del Vangelo ci investono.
Finita questa celebrazione un piccolo gruppo accede al settore femminile. La cappella è pericolante e non ci sono i soldi per ripararla. Si celebra messa ammassati in un corridoio largo un metro, proprio di fronte alle cellette delle detenute.
“Mi raccomando – ricorda don Pietro – non guardate nelle celle quando passate. È la loro unica intimità.
Parlate, abbracciate ma siate discreti. Vi chiederanno tanto, vi chiederanno tutto. Vestiti, fogli, segreti. Non hanno nulla e chi pensa di non aver nulla crede di poter solo ricevere e allora chiede e prende”.
Se solo potessero rendersi conto di quanto stanno dando a noi. Ma in fondo penso che i nostri visi siano abbastanza eloquenti.
Ora questo appuntamento della “messa” nel carcere di San Vittore è diventato un punto luminoso per un bel gruppo giovani che non hanno smesso di andare neanche nei mesi di luglio e agosto.
Il Vangelo vissuto lì dentro si attacca indelebile alla pelle e al cuore. Non dimenticherò mai una sillaba di quelle sentite e pronunciate lì. perché davvero siamo siamo stati una cosa sola.
Essere una cosa sola, anche attraverso le sbarre, si può.
Elena

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