Sono Antonio, ho 26 anni e vengo da San Nicolò, una frazione di Teramo.
All’età di 15 anni avevo una vita normalissima, nella mia famiglia non c’era nessun problema, andavo a scuola, giocavo a calcio e coltivavo qualche hobby.
Nell’estate del ’99 però questa tranquillità finì. A mia sorella Maria Assunta, due anni più grande di me, viene diagnosticata una malattia grave: la leucemia.
Da quel momento la mia vita cambia completamente, i miei genitori si trasferiscono a Pescara per essere più vicini a lei che era in cura nell’ospedale della città. Io rimango invece a San Nicolò sotto la cura dei nonni paterni; fino al 16 aprile del 2001 quando Maria Assunta fa la sua partenza per il Cielo.
Ricordo che una volta Assunta mi chiese di promettere che se fosse morta non avrei pianto, ma quando nella sua bara vidi un modellino di smart, auto che mio padre aveva deciso di regalarle, non riuscii a trattenere le lacrime.
Un senso d’impotenza m’investì. Che senso ha la vita - mi chiedevo - se la morte porta via con sé sogni, desideri, conquiste…
Non volevo più vivere, non tanto per il dolore dovuto alla perdita di Assunta, ma perché percepivo la mia vita come un grandioso castello, bello da vedere, ma senza fondamenta: alle prime intemperie era venuto giù.
Tra le lacrime mi tornarono in mente gli ultimi istanti di vita di Maria Assunta quando le forze l’avevano abbandonata, anche alzare le palpebre degli occhi era una fatica immane che poteva costargli la vita. Fu riportata a casa e, mentre usciva dall’ambulanza in barella, evidentemente sentì le voci dei parenti e degli amici che erano venuti a dargli l’ultimo saluto, ed ebbe subito un sussulto. Io ero lì e vidi un cambiamento improvviso sul suo volto. Non solo aprì gli occhi ma alzò la testa sorrise a ognuno, e fin quando non salutò tutti non smise di sorridere. Appena sentì chiudersi le porte di casa alle spalle lascio cadere la testa sul cuscino ed entrò all’istante in uno stato di coma.
Mi chiedevo ma perché l’ha fatto? Pensavo: ma se io fossi a pochi istanti dalla morte, non mi preoccuperei minimamente delle persone intorno, penserei a me, agli ultimi momenti che mi rimangono. Perché lei invece non pensava a se stessa? Mentre riflettevo su quest’assurdità, mi sembrò di capirlo il perché. Quell’amore che la spingeva a preoccuparsi di tutti meno che di lei, le permetteva come di vincere la morte e i suoi occhi ne erano la testimonianza più palese: non traspariva la paura di morire ma una serenità che sembrava volesse consolare le persone vicine, quasi a dire “state tranquilli perché io sono felice”.
Come un lampo un pensiero attraversò la mia mente: “Antò quello morto sei tu, Assunta è viva!”.
Allora mi dissi: “Basta perder tempo! L’unica direzione che la mia vita può prendere è l’amore”.
Iniziai nelle piccole cose, ad amare le persone che mi erano accanto, con molta semplicità.
Più passava il tempo però, più questa fiammella si andava spegnendo, soprattutto perché mi rendevo conto che amare sempre, era molto impegnativo, senza contare che spesso non arrivava neanche la risposta da chi mi stava di fronte, o addirittura, venivo deriso per il mio modo fare. Insomma neanche l’amore, vissuto così, riusciva a realizzarmi pienamente.
Proprio mentre questi pensieri iniziavano ad annebbiarmi la mente, un amico mi invitò ad un incontro al Centro Mariapoli di Castelgandolfo. Tra le varie attività c’era anche un video in cui Chiara Lubich (di cui sapevo pochissimo) ci presentava Gesù nel suo dolore più grande: l’abbandono del Padre.
Appena il video ebbe inizio la curiosità cedette il posto di schianto a uno stupore mai provato prima. Ero senza fiato. Fisicamente in sala, con la mente correvo tra gli avvenimenti del mio passato e li scoprivo nuovi, legati l’uno all’atro da un amore di Dio che mi appariva senza misura: prima che io nascessi mi pensava e ogni giorno era con me, ma mai mi ero accorto della Sua Presenza! Chiara in pochi minuti, attraverso quel video mi ha come “liberato”, ha sciolto ogni nodo. Nonostante non sapesse nulla di me, era lì a spiegarmi la mia vita.
Diceva che nessun dolore doveva essere disprezzato ma bensì amato, perché Gesù stesso lo ha fatto, volendo provare sulla sua pelle ogni dolore per amore dell’uomo. Una volta accolto si può dare anche un nome al dolore. Nel mio caso sentivo che la parola “assurdo” poteva descrivere perfettamente il mio stato d’animo al momento della partenza di Assunta, perché è assurdo partire a 20 anni! Ma Gesù, nel momento in cui ha avuto la sensazione di essere abbandonato anche dal Padre, non ha forse provato il mio stesso dolore e più? Un Dio che si fa mettere in croce per amore di coloro che lo mettono in croce, a cui non rimarrebbe che l’amore del Padre che improvvisamente sente mancare, non è “l’Assurdo” nel senso più vero della parola? Nessuno più di Lui ha provato cosa significa “assurdo”. E capivo che ciò valeva per qualsiasi dolore. Ma se Dio è sceso sulla terra per provare i miei dolori e per provarli infinitamente più a fondo di me, come posso io non dirgli grazie, come posso non dirgli “ti voglio bene”?
Dietro ogni dolore Lui, Lui che lo ha “digerito” per me! Il dolore ora mi sembrava tutto amore di Dio!
Qualche giorno dopo scrissi a Chiara spiegandogli che rivoluzione mi aveva scatenato dentro e gli chiesi di indicarmi la strada più bella da percorrere in quest’unica vita che Dio mi ha donato.
La sua risposta fu:
“(…) è quella di chi ha scelto Gesù Abbandonato come il ‘tutto’ della propria vita, e come obiettivo l’Ut omnes. (…) Egli ti farà capire chiaramente il disegno d’amore che ha su di te e provare quella felicità che solo Lui sa dare a chi lo mette al primo posto nella sua vita.”
Ora posso dire che Gesù Abbandonato è tutta la mia vita, vivo solo per Lui, tutto il resto non mi interessa perché ho provato sulla mia pelle che non ne vale la pena.

Ciao Antonio, grazie per aver condiviso il piu` profondo dell'anima con noi.
RispondiEliminaCi fai rimettere la bussola, come dici tu...non si interessa il resto...abbiamo la Perla!
grazie sai - davvero