Fra un mese dovrei andare per un contratto a tempo indeterminato nell’azienda ospedaliero-universitaria. Quindi sto cercando di passare ai colleghi le “consegne”. Alcune cose che faccio al lavoro sono un servizio diretto alle persone e all’ospedale. Sono cose che contribuiscono a farlo funzionare meglio e sento l’importanza di assicurare che queste attività continuino senza interruzione.
Mi accorgo che il vangelo mi aiuta a vivere il lavoro come un servizio e vedere le cose con gli occhi degli altri, pensare a chi rimane, e a come lasciare tutto in ordine.
Ieri cercavo di fare questo in una riunione con alcuni dirigenti che ho coordinato quest’anno per il controllo delle infezioni in ospedale.
E’ venuto fuori che fino a quel momento avevo svolto direttamente un’attività che non è mia competenza diretta, ma che nessuno sapeva e voleva fare.
Adesso la persona che avrebbe dovuto fare già da prima queste cose è stata chiamata a prenderle in carico, ed ha cominciato a tirare fuori un bel po’ di problematiche che, obiettivamente, suonano come scuse.
Quando le ho fatto notare che fino a quel momento quelle cose erano state fatte da me in aggiunta ai miei compiti, senza porre questioni, questa persona mi ha detto che non tutti possono avere la stessa voglia di lavorare senza guardare all’orologio.
In quel momento mi è venuta forte la tentazione di rispondere a tono, anche perché non era la prima volta che trovavo davanti questa mentalità del lavorare il minimo possibile. Dato il periodo che viviamo come azienda e come provincia, e il prezzo che pagano i cittadini più deboli, trovo particolarmente difficile giustificare un atteggiamento del genere, come se si trattasse di trovare il modo legale di impegnarsi meno che si può.
Avevo proprio voglia di dirgliene quattro, o di sistemare le cose in maniera burocratica e formale, sfruttando l'autorità della direzione, in modo da costringere questa persona ai propri doveri.
Ma per fortuna dentro la coscienza mi ha suggerito un atteggiamento diverso.
Prima di tutto, ho capito che stavo giudicando un fratello, e ho cercato di ascoltare le sue rimostranze in modo più aperto.
Così ho cominciato a comprendere che dietro quell’atteggiamento rigido e ostile c’erano vecchie storie di dissapori con altre persone che in passato si erano comportate male verso questa persona.
La “chiusura”, più che da un vero atteggiamento negativo, sembrava nascere dal timore di essere sfruttati e presi in giro.
La “chiusura”, più che da un vero atteggiamento negativo, sembrava nascere dal timore di essere sfruttati e presi in giro.
Ascoltando fino in fondo, ho capito come risolvere il problema delle attività che dovevano essere fatte, salvaguardando nel frattempo le sue esigenze di orario e di tutela. Certo, si trattava di fare un po’ più di lavoro, ma mi sembrava la soluzione giusta.
Così ho proposto la mia idea al telefono, e il collega ha accettato con sorpresa. Continuando a parlare, è venuta fuori una maggiore disponibilità da parte sua rispetto a quella che gli avevo chiesto all’inizio. Continuando ancora, in un clima più sereno e fiducioso, mi parlava del suo desiderio di imparare cose nuove e crescere professionalmente.
Ci siamo lasciati fissando una data per incontrarci e concretizzare il nostro progetto formalmente.
Anche gli altri che a quel punto dovevo per forza coinvolgere sono rimasti contenti dell’idea, che sistemava anche alcuni vecchi problemi aperti. Insomma, ne è venuta fuori proprio una bella pensata.
Anche gli altri che a quel punto dovevo per forza coinvolgere sono rimasti contenti dell’idea, che sistemava anche alcuni vecchi problemi aperti. Insomma, ne è venuta fuori proprio una bella pensata.
Riflettendo su questo episodio, ho capito meglio cosa vuol dire che “la Parola fa vivere”. Avevo cercato di ascoltare la voce di Dio dentro di me, cercando di non giudicare ma di mettermi nei panni dell’altro.
E questo aveva permesso non solo a me di trovare la soluzione giusta, e quindi imparare e migliorare, ma anche all’altra persona di aprirsi ad una opportunità professionale che l’avrebbe fatta crescere.
E in questa “crescita” umana ho visto quella “vita” che il Vangelo garantisce.
Anche io mi sono trovato cresciuto: ho capito che l’esperienza di lavoro che sto vivendo, quella del dirigente di altre persone, significa prima di tutto essere capaci di curare chi lavora con te, esserne responsabili, trovarne i lati più validi e farli emergere, metterli in gioco, motivare e quando serve cercare di correggere.
Se tutto questo è fatto per amore, per il vero bene dell’altro, si ottengono i risultati migliori, anche sul piano professionale e umano. Si riducono gli sprechi e si aumenta certamente l’efficienza, ma anche il clima di lavoro.
Firmato S.M.
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